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Quando il nuovo anno riattiva vecchi schemi: come attraversare la ripartenza senza giudicarsi

Per molte persone, l’inizio dell’anno non è solo un momento di rinnovamento: è anche un periodo in cui riaffiorano ansie, aspettative e confronti interiori. La narrazione collettiva del “nuovo anno, nuova vita” può diventare un terreno fertile per il giudizio verso se stessi, soprattutto quando ci si sente stanchi, confusi o poco motivati. È come se il calendario imponesse un’accelerazione emotiva che non sempre coincide con il nostro stato interno.

Ogni volta che entriamo in una nuova fase, il nostro sistema di regolazione emotiva si attiva per valutare rischi, richieste, cambiamenti. L’inizio dell’anno porta con sé una serie di micro-sollecitazioni: nuovi impegni, ritorno al lavoro, bilanci dell’anno passato, aspettative per quello futuro. Tutti elementi che possono riattivare vecchi schemi di ansia o autocritica.

Uno dei meccanismi più comuni è il confronto. Guardiamo gli altri, reali o sui social, e abbiamo l’impressione che tutti stiano ripartendo con energia, chiarezza e determinazione. Questo confronto, però, è quasi sempre distorto: vediamo solo la superficie, non il processo interno. E soprattutto dimentichiamo che ogni persona ha un proprio ritmo, una propria storia, un proprio modo di attraversare le transizioni.

Un altro elemento che alimenta l’ansia è l’idea che l’inizio dell’anno debba essere “perfetto”. Come se i primi giorni definissero l’intero percorso. In realtà, la vita psicologica non segue il calendario: segue cicli, oscillazioni, momenti di espansione e momenti di ritiro. Pretendere di essere subito al massimo significa ignorare la fisiologia del recupero e la complessità delle emozioni.

Per attraversare questo periodo con maggiore serenità, può essere utile spostare l’attenzione dal “fare” al “sentire”. Invece di chiedersi “cosa devo ottenere quest’anno?”, può essere più fertile chiedersi “di cosa ho bisogno in questo momento?”. Questa domanda apre uno spazio di ascolto che permette di riconoscere emozioni, bisogni, limiti e desideri senza giudizio. È un modo per rientrare in contatto con sé stessi e ridurre la pressione interna.

Un altro strumento prezioso è la normalizzazione. Sentirsi disorientati, stanchi o poco motivati a gennaio non è un segnale di fallimento: è un’esperienza comune, condivisa, umana. La normalizzazione non banalizza il disagio, ma lo colloca in un contesto più ampio, riducendo la sensazione di essere “sbagliati”. Quando comprendiamo che ciò che proviamo ha un senso, la mente si rilassa e diventa più disponibile al cambiamento.

La ripartenza può anche essere un’occasione per osservare i propri schemi di autocritica. Molte persone vivono l’inizio dell’anno come un momento in cui “dovrebbero” essere migliori, più produttive, più organizzate. Ma l’autocritica severa non motiva, immobilizza. È l’autocompassione, la capacità di trattarsi con la stessa gentilezza che riserveremmo a un amico, a favorire la crescita. Non si tratta di indulgere, ma di riconoscere che il cambiamento nasce da un terreno di sicurezza, non di punizione.

Infine, è utile ricordare che la ripresa non è un evento, ma un processo. Non c’è un giorno giusto in cui “partire bene”. Ci sono tentativi, aggiustamenti, passi avanti e passi indietro. Ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di imparare qualcosa sul proprio modo di stare nel mondo, di affrontare le sfide, di prendersi cura di sé. E questa possibilità non si esaurisce a gennaio, accompagna tutto il percorso.

L’inizio dell’anno può essere un momento delicato, ma anche un’opportunità per guardarsi con occhi nuovi. Non serve correre, non serve essere perfetti. Serve solo essere presenti, curiosi, disponibili a riconoscere ciò che accade dentro di noi. È da questo spazio di autenticità che può nascere una ripartenza più gentile, più realistica e più profondamente nostra.

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