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L’autismo nel contesto della neurodivergenza

L’autismo è una condizione neurobiologica che influisce sulla comunicazione, sull’interazione sociale, sulla regolazione sensoriale e sulla flessibilità cognitiva. È definito come Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), ma il termine “spettro” sottolinea la grande variabilità tra le persone autistiche. Alcune necessitano di supporto costante, altre vivono in perfetta autonomia. La diversità interna allo spettro è tale che ogni persona autistica è, di fatto, unica nel suo funzionamento.

Alcune tra le caratteristiche più comuni associate all’autismo includono difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale, comportamenti ripetitivi o interessi ristretti, iper- o ipo-reattività agli stimoli sensoriali, e modalità di pensiero visivo, sequenziale o sistemico. Tuttavia, queste manifestazioni variano notevolmente in intensità e forma, a seconda del funzionamento della persona e del suo livello di compromissione. È importante sottolineare che l’autismo non è una malattia da curare, ma una condizione da comprendere e rispettare.

Esistono ancora molti miti da sfatare: ad esempio, è falso che le persone autistiche non provino empatia. L’empatia può essere presente, ma espressa in modi diversi, talvolta meno riconoscibili per chi si basa su codici sociali neurotipici. È altrettanto errato pensare che l’autismo sia sempre una disabilità grave. Esistono forme di autismo altamente funzionale, spesso invisibili, che non impediscono una vita autonoma e soddisfacente. Nonostante ciò, anche le persone autistiche ad alto funzionamento possono incontrare ostacoli significativi, soprattutto sul piano relazionale e lavorativo.


Diagnosi e riconoscimento

La diagnosi di autismo si basa sui criteri del DSM-5, che identificano difficoltà persistenti nella comunicazione sociale e comportamenti ristretti e ripetitivi. Tuttavia, il processo diagnostico è influenzato da fattori culturali, di genere e di accesso ai servizi. Le donne con autismo, ad esempio, sono spesso sottodiagnosticate a causa di strategie di masking, ovvero camuffamento sociale, che permettono loro di adattarsi superficialmente alle aspettative sociali, nascondendo le difficoltà reali.

Soprattutto se ci riferiamo all’età evolutiva, il riconoscimento precoce di questa forma di neurodivergenza è fondamentale per garantire un supporto adeguato, ma è altrettanto importante evitare etichette rigide che limitino l’identità della persona: l’autismo non definisce tutto ciò che una persona è, ma rappresenta una parte significativa del suo modo di essere nel mondo.

L’autismo è una condizione neurobiologica che accompagna la persona per tutta la vita. Tuttavia, le manifestazioni, le esigenze e le strategie di supporto possono variare notevolmente tra l’età infantile e quella adulta. Comprendere queste differenze è fondamentale per costruire percorsi di inclusione e benessere che siano realmente efficaci e rispettosi dell’individualità.

Vediamo ora brevemente in cosa si differenziano l’autismo in età infantile ed età adulta.


Autismo nell'infanzia

Durante l’infanzia, l’autismo si manifesta spesso attraverso difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale, nella reciprocità sociale e nella regolazione sensoriale. Alcuni bambini mostrano comportamenti ripetitivi, interessi ristretti o una forte resistenza al cambiamento. Altri, invece, possono avere uno sviluppo linguistico avanzato ma faticare a comprendere le regole implicite della socialità. La diagnosi precoce è cruciale: permette di attivare interventi mirati, come la terapia cognitivo-comportamentale, la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) o il supporto educativo personalizzato. Tuttavia, è importante evitare una visione esclusivamente clinica o deficitaria: ogni bambino autistico ha potenzialità uniche, che possono emergere in ambienti accoglienti e stimolanti.


Autismo in età adulta

Con l’ingresso nell’età adulta, le sfide cambiano. Se da bambini il focus è spesso sullo sviluppo e sull’apprendimento, da adulti emergono questioni legate all’autonomia, all’inserimento lavorativo, alle relazioni affettive e al riconoscimento delle norme sociali. Molti adulti autistici, soprattutto quelli con forme meno visibili o diagnosticati tardivamente, raccontano di aver vissuto anni di incomprensione, isolamento o adattamento forzato. Il fenomeno del “masking”, ovvero il camuffamento delle proprie caratteristiche per conformarsi alle aspettative sociali, è particolarmente diffuso tra le donne autistiche e può avere effetti psicologici significativi, come ansia, depressione o burnout.


Implicazioni cliniche e di trattamento

Un altro aspetto da considerare è quello legato all’accesso ai servizi e alle terapie specifiche: mentre in età evolutiva esistono percorsi strutturati e realtà specifiche, come la Neuropsichiatria Infantile, che si occupano di riconoscere e trattare questo funzionamento, in età adulta spesso si assiste a una frammentazione del supporto e alla mancanza di figure e strutture adatte ad accompagnare gli adulti con autismo. La mancanza di figure professionali formate, di ambienti lavorativi inclusivi e di politiche attive per la neurodiversità rende difficile per molti adulti autistici esprimere il proprio potenziale. Per fortuna però esistono esperienze virtuose: aziende che valorizzano le competenze sistemiche e analitiche, progetti di co-housing, gruppi di auto-mutuo-aiuto e percorsi terapeutici centrati sull’identità e sull’autodeterminazione. In questa linea si inserisce anche il supporto psicoterapeutico e psicologico, dove professionisti formati su questa tipologia di funzionamenti possono essere di grande supporto agli adulti con autismo.

Essendo l’autismo una condizione che accompagnerà la persona per la vita, diventa fondamentale superare l’idea che l’autismo sia un “problema da risolvere” nell’infanzia, per poi essere dimenticato nell’età adulta. L’autismo è una condizione permanente, ma non statica. Le persone autistiche crescono, cambiano, sviluppano nuove competenze e affrontano nuove sfide. Il ruolo della psicologia, in questo senso, è duplice: da un lato, offrire strumenti clinici e relazionali per sostenere il benessere individuale; dall’altro, promuovere una cultura sociale capace di accogliere la diversità neurologica come parte integrante della comunità.

Parlare di autismo in età infantile e adulta significa quindi riconoscere la continuità e la trasformazione. Significa ascoltare le storie, valorizzare le differenze e costruire contesti in cui ogni persona possa vivere con dignità, autenticità e possibilità. L’inclusione non è un obiettivo da raggiungere una volta per tutte, ma un processo che richiede consapevolezza, formazione e impegno costante.

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